Niente avvocati, niente giornalisti. Non ci sono occhi né voci che possano raccontare la vita nei Centri di identificazione predisposti per i profughi, colpevoli solo di scappare dalla fame. Ci sono anche minorenni dietro quelle reti. Ma il governo non vuole che trapeli nulla di quel che succede lì dentro. Parliamone!
CIE (Centri di Identificazione) e CARA (Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo), sono da tempo OFF LIMITS per l’informazione, luoghi interdetti alla società civile e in cui soltanto alcune organizzazioni umanitarie arbitrariamente scelte riescono ad entrare. Una circolare del Ministro dell’interno, la n. 1305 emanata il 1 aprile 2011, ha reso ancora più inaccessibili tali luoghi, fino a data da destinarsi, in nome dell’emergenza nordafricana. Giornalisti, sindacati, esponenti di associazionismo antirazzista umanitario nazionale e internazionale, presenti nel territorio in cui sono ubicati, sono considerati secondo detta circolare “un intralcio” all’operato degli enti gestori e per questo tenuti fuori. Questo si traduce di fatto in una sospensione del diritto-dovere di informazione che si va ad aggiungere alle tante violazioni già riscontrate in questi centri. Non potendo entrare diviene legittimo pensare che in essi si determinino condizioni di vita inaccettabili e ripetute violazione dei diritti. Le poche fonti reperibili di notizie diventano i video registrati da cellulari, dagli immigrati trattenuti nei centri, le lettere che riescono a partire dall’interno, le telefonate e le testimonianze rese da chi esce o fugge, e quanto arriva non è certo dimostrazione di trattamento rispettoso dei diritti umani. Il prolungamento votato nei giorni scorsi dal parlamento, che consente di trattenere le persone non identificate nei Cie fino a 18 mesi, aumenta il disagio e la sofferenza in cui si ritrovano persone che non hanno commesso alcun reato. Gravi lacune si registrano poi nell’esercizio del diritto alla difesa. A tale scopo chi opera nell’informazione ritiene fondamentale avere modo di poter far conoscere alla pubblica opinione quanto in questi luoghi avviene, le ragioni dei continui tentativi di fuga e rivolta, dell’aumento dei casi di autolesionismo che spesso sfociano nel tentativo di suicidio. L’informazione deve poterne parlare, la società ha il diritto di sapere. Così come migranti e i cittadini stranieri hanno il diritto di essere informati ed assistiti dai legali, dalle associazioni e dai sindacati. Per questo il 25 luglio, parlamentari di numerose forze politiche, consiglieri regionali, giornalisti, sindacalisti, associazioni e attivisti della società civile saranno davanti ad alcuni CIE e CARA italiani per reclamare il diritto ad accendere i riflettori su queste strutture e sulle persone che vi sono trattenute.
Comitato promotore: FNSI, ORDINE DEI GIORNALISTI, Art. 21, ASGI, PRIMO MARZO, OPEN SOCIETY FOUNDATION, EUROPEAN ALTERNATIVES e i Parlamentari Jean Leonard Touadi, Rosa Villecco Calipari, Savino Pezzotta , Livia Turco, Fabio Granata, Giuseppe Giulietti, Furio Colombo, Francesco Pardi.
Adesione fin qui ricevute: ANSI, CGIL, ACLI, ARCI, MIGREUROP, AMSI, COMAI, LIBERTA’ E GIUSTIZIA, FCEI, , FORUM IMMIGRAZIONE PD NAZIONALE, CIR, TERRE DES HOMMES, Ass. Nazionale GIURISTI DEMOCRATICI, LIBERAL, LIBERAZIONE, L‘UNITA’, IL MANIFESTO, LiBERACITTADINANZA, LOOKOUT.TV, LEFT, AVVENIRE, MOVEON, POPOLO VIOLA, ANTIGONE LOMBARDIA, RIFONDAZIONE COMUNISTA, Gruppo al Consiglio Regionale del Lazio della Federazione della Sinistra, Gruppo al Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia di Rifondazione Comunista, Rete Immigrati Autorganizzati Milano.
Parlamentari ad oggi confermati che parteciperanno all’iniziativa: Touadì (PD), Villecco Calipari (PD), Turco (PD), Colombo (PD), Gozi (PD), Sarubbi (PD), Pardi (IDV), Zampa (PD), Monai(IDV), Strizzolo (PD), Rossomando (PD), Marcenaro (PD), Messina (IDV), Pezzotta (UDC), Fiano (PD), Pes (PD), Di Stanislao (IDV), Formisano (UDC), Perduca (RADICALI) , Orlando (IDV), Luongo (PD), Giambrone (IDV), Granata (FLI), Ginefra (PD).
Presso i centri dislocati in: Roma, Bologna, Modena, Gradisca, Torino, Milano, Bari, Cagliari, Santa Maria Capua Vetere, Trapani, Catania, Lampedusa, Porto Empedocle.
Chiunque voglia partecipare o richiedere ulteriori informazioni può mettersi in contatto con:
Gabriella Guido – Rete PRIMO MARZO – ggabrielle65@yahoo.it – 329.8113338
Renzo Santelli – FNSI – renzo.santelli@fnsi.it – 335.5325534
Licenza

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giovedì 21 luglio 2011
mercoledì 12 gennaio 2011
Concorrenza (quasi) sleale
"I blog fanno concorrenza quasi sleale ai giornali". Lo dice la Fnsi (Federazione nazionale della stampa, s t a m p a, eddai) nella relazione della giunta esecutiva diffusa a Bergamo, dove è in corso il congresso numero 26 del sindacato dei giornalisti. Lo riporta l'Asca e la Rete rilancia (ma che tristezza: solo poche, eroiche figure del web. Non conoscono i social cosi? Possibile?).
La notizia positiva è nell'attenuazione di colpa: "quasi", mica sleale del tutto. Il documento però sul sito del Congresso e su quello Fnsi non c'è, forse lo pubblicheranno dopo, forse non sono capace di trovarlo. Forse, c'è dietro una questione di concorrenza, vai a sapere.
Però mi è venuta in mente una cosa: quando sono finita in una commissione "multimedialità" della Fnsi che doveva fare studi e proposte per il nuovo contratto, pochi anni fa, ho scambiato l'indirizzo mail con gli altri. "Ma se ti mando un messaggio sulla posta iaù - disse uno dei colleghi - tu, da Milano puoi leggerlo?".
E praticamente i lavori si chiusero lì.
La notizia positiva è nell'attenuazione di colpa: "quasi", mica sleale del tutto. Il documento però sul sito del Congresso e su quello Fnsi non c'è, forse lo pubblicheranno dopo, forse non sono capace di trovarlo. Forse, c'è dietro una questione di concorrenza, vai a sapere.
Però mi è venuta in mente una cosa: quando sono finita in una commissione "multimedialità" della Fnsi che doveva fare studi e proposte per il nuovo contratto, pochi anni fa, ho scambiato l'indirizzo mail con gli altri. "Ma se ti mando un messaggio sulla posta iaù - disse uno dei colleghi - tu, da Milano puoi leggerlo?".
E praticamente i lavori si chiusero lì.
domenica 14 novembre 2010
Il coraggio di Paola e la risposta di De Bortoli
Per completezza dell'informazione, dopo il post su Paola, posto il take di agenzia con la Versione di De Bortoli
DE BORTOLI: NON C'E' FONDAMENTO, NON CI SONO STATE ASSUNZIONI
(ANSA) - MILANO, 14 NOV - Una collaboratrice del Corriere
della Sera, Paola Caruso, scrive sul suo blog di aver iniziato
uno sciopero della fame asserendo di essere stata scavalcata per
un posto ''da un pivello di una scuola di giornalismo''. Il
direttore del quotidiano, Ferruccio De Bortoli, replica che ''la
sua protesta non ha alcun fondamento'' e spiega:'' in questo
periodo, perdurando lo stato di crisi, non e' stata fatta alcuna
assunzione. La situazione alla quale si riferisce riguarda
sempre un contratto di collaborazione accordato, alcuni giorni
fa, a un giovane giornalista (che nessuno ha raccomandato) in
sostituzione di un altro collaboratore''.
Sul suo sito Paola Caruso scrive: ''Da 7 anni lavoro per il
Corriere e dal 2007 sono una co.co.co. annuale con una busta
paga e Cud. Aspetto da tempo un contratto migliore. La scorsa
settimana un giornalista ha dato le dimissioni e si e' liberato
un posto. Ho pensato: 'Ecco la mia occasione'. Neanche per
sogno. Il posto e' andato a un pivello della scuola di
giornalismo. Uno che forse non e' neanche giornalista, ma passa
i miei pezzi''.
''Non ho mai ricevuto dalla collega Paola Caruso la richiesta
di un colloquio -dice il direttore del Corriere della Sera-. Se
lo fara', la ricevero' volentieri, come faccio con tutti. Prego
la collega Caruso di smettere lo sciopero della fame e di
ritrovare serenita' e misura''.
Il Cdr ha reso noto di aver chiesto un incontro urgente con
la direzione per discutere la vicenda.(ANSA).
(ANSA) - MILANO, 14 NOV - Una collaboratrice del Corriere
della Sera, Paola Caruso, scrive sul suo blog di aver iniziato
uno sciopero della fame asserendo di essere stata scavalcata per
un posto ''da un pivello di una scuola di giornalismo''. Il
direttore del quotidiano, Ferruccio De Bortoli, replica che ''la
sua protesta non ha alcun fondamento'' e spiega:'' in questo
periodo, perdurando lo stato di crisi, non e' stata fatta alcuna
assunzione. La situazione alla quale si riferisce riguarda
sempre un contratto di collaborazione accordato, alcuni giorni
fa, a un giovane giornalista (che nessuno ha raccomandato) in
sostituzione di un altro collaboratore''.
Sul suo sito Paola Caruso scrive: ''Da 7 anni lavoro per il
Corriere e dal 2007 sono una co.co.co. annuale con una busta
paga e Cud. Aspetto da tempo un contratto migliore. La scorsa
settimana un giornalista ha dato le dimissioni e si e' liberato
un posto. Ho pensato: 'Ecco la mia occasione'. Neanche per
sogno. Il posto e' andato a un pivello della scuola di
giornalismo. Uno che forse non e' neanche giornalista, ma passa
i miei pezzi''.
''Non ho mai ricevuto dalla collega Paola Caruso la richiesta
di un colloquio -dice il direttore del Corriere della Sera-. Se
lo fara', la ricevero' volentieri, come faccio con tutti. Prego
la collega Caruso di smettere lo sciopero della fame e di
ritrovare serenita' e misura''.
Il Cdr ha reso noto di aver chiesto un incontro urgente con
la direzione per discutere la vicenda.(ANSA).
SI
14-NOV-10 20:20 NNNN
14-NOV-10 20:20 NNNN
Il coraggio di Paola
La cosa che sorprende di più è che di questa storia al Corriere, molti colleghi, tutti quelli interpellati da me, almeno, non sapevano nulla. Li ho informati con la mia telefonata; cercavo di saperne di più, perché non conosco personalmente Paola Caruso e mi dispiace. Scrive molto, ho letto i suoi pezzi (per chi volesse farlo c'è l'archivio on line del Corriere che li registra tutti), ma non ci siamo mai incrociate.
Adesso che Paola fa lo sciopero della fame, per protestare contro il suo precariato eterno in via Solferino, ci sono anche colleghi, precari quanto lei, che si lanciano in sofismi: "Che sia precaria contrattualizzata o precaria freelance, questo è il dilemma".
La storia di Paola è ordinaria, ricorre con frequenza nei cento nomi che leggiamo in calce agli articoli su tutti i giornali. È il coraggio di Paola che è straordinario: una, sola, contro tutti, per fare quello che ogni giornalista dovrebbe fare, vedere il torto e dire che esiste.
Qui c'è la storia di una professionista che si è messa alla prova, in sette anni si è fatta conoscere e stimare (o vogliamo pensare che al Corriere sono così disperati da pubblicare tutti quegli articoli anche se non vanno bene?), ma quando si presenta un'opportunità, un contratto vero, le preferiscono un altro collega, più giovane, meno esperto.
Gira voce che il direttore del Corriere punti sui giovani. Ma è una scusa. Sono certa che in via Solferino, chiunque salga le scale che portano alla direzione, solo guardando le fotografie di chi lo ha preceduto, la storia che gli si para davanti, nell'evidenza di quegli scatti d'autore, non può preferire la regola del "Largo ai giovani", a quella del "Largo a chi è capace".
Gli altri giornali non credo che parleranno di questa storia, perché cane non mangia cane. E perché di Paole è praticamente fatta la gran parte del giornalismo italiano. Se ne parla molto qui, nel web, dove persino io che pure collaboro al Corriere ho saputo della storia. Neanche i rappresentanti sindacali ne sapevano nulla. I colleghi da me interpellati sono andati a informarli, mi hanno detto. Ora lo sanno.
Adesso che Paola fa lo sciopero della fame, per protestare contro il suo precariato eterno in via Solferino, ci sono anche colleghi, precari quanto lei, che si lanciano in sofismi: "Che sia precaria contrattualizzata o precaria freelance, questo è il dilemma".
La storia di Paola è ordinaria, ricorre con frequenza nei cento nomi che leggiamo in calce agli articoli su tutti i giornali. È il coraggio di Paola che è straordinario: una, sola, contro tutti, per fare quello che ogni giornalista dovrebbe fare, vedere il torto e dire che esiste.
Qui c'è la storia di una professionista che si è messa alla prova, in sette anni si è fatta conoscere e stimare (o vogliamo pensare che al Corriere sono così disperati da pubblicare tutti quegli articoli anche se non vanno bene?), ma quando si presenta un'opportunità, un contratto vero, le preferiscono un altro collega, più giovane, meno esperto.
Gira voce che il direttore del Corriere punti sui giovani. Ma è una scusa. Sono certa che in via Solferino, chiunque salga le scale che portano alla direzione, solo guardando le fotografie di chi lo ha preceduto, la storia che gli si para davanti, nell'evidenza di quegli scatti d'autore, non può preferire la regola del "Largo ai giovani", a quella del "Largo a chi è capace".
Gli altri giornali non credo che parleranno di questa storia, perché cane non mangia cane. E perché di Paole è praticamente fatta la gran parte del giornalismo italiano. Se ne parla molto qui, nel web, dove persino io che pure collaboro al Corriere ho saputo della storia. Neanche i rappresentanti sindacali ne sapevano nulla. I colleghi da me interpellati sono andati a informarli, mi hanno detto. Ora lo sanno.
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martedì 4 maggio 2010
Non sono previste domande
Finalmente qualcuno se ne accorge. Nel Paese dove la libertà di stampa è parziale (ma solo se la censiscono gli altri), i giornalisti si rendono conto che non possono più fare domande. Meglio: cominciano a scriverlo.
Il copione si ripete ormai uguale da mesi, da anni. E anche quando Scajola annuncia le sue dimissioni da ministro, dopo lo scandalo dell'appartamento, lo fa in una "presunta conferenza stampa" e se ne va.
La "presunta conferenza stampa" è il modo in cui il presidente del consiglio affronta normalmente i giornalisti. C'è un giornalista spagnolo Miguel Mora di El Paìs che, una volta, ha osato rompere il taboo - era settembre 2009 -, ricavandone in diretta minacce.
E gli altri? Perché non reagiscono, perché non lasciano la sala stampa? Perché riportare le parole dei politici che mettono il bavaglio ai giornalisti?
Il copione si ripete ormai uguale da mesi, da anni. E anche quando Scajola annuncia le sue dimissioni da ministro, dopo lo scandalo dell'appartamento, lo fa in una "presunta conferenza stampa" e se ne va.
La "presunta conferenza stampa" è il modo in cui il presidente del consiglio affronta normalmente i giornalisti. C'è un giornalista spagnolo Miguel Mora di El Paìs che, una volta, ha osato rompere il taboo - era settembre 2009 -, ricavandone in diretta minacce.
E gli altri? Perché non reagiscono, perché non lasciano la sala stampa? Perché riportare le parole dei politici che mettono il bavaglio ai giornalisti?
mercoledì 3 febbraio 2010
Chiudere i pozzi, ignorare storielle
Dice Berlusconi - al suo solito in modo cafonal e cioè rispondendo ad una domanda non sua - che "i giornalisti quando non avvelenano i pozzi, inventano storielle". Più o meno la stessa cosa, detta in modo più elegante, dal prefetto della Congregazione dei Vescovi, Giovanni Battista Re a proposito di un giornalista, un dipendente molto in vista di una delle aziende della famiglia del Presidente del Consiglio.
Il contrappasso lo racconta Giuseppe Civati dal suo blog. In Lombardia c'è una notizia che nessuno vuol raccontare. Non i giornalisti che - ne ho prove dirette - l'hanno proposta alle redazioni, ma i giornali. L'establishment dei giornali ha deciso di non pubblicare neppure un rigo di quella storia che secondo i manuali di giornalismo avrebbe tutti i crismi della notiziabilità. Qualche commentatore ne ha fatto cenno, per la verità. Qualche "pericoloso comunista" al soldo di questo o quell'editore ne ha parlato sul blog. Per il resto, vale la confusione di cui scrive Civati.
Il bello è che la presentazione dell'iPad ha scatenato dibattiti - soprattutto in Rete - sul futuro del giornalismo. Ci si è chiesti come dovrà cambiare l'informazione che passerà per supporti nuovi come quello di Steve Jobs come il Kindle o altri electronic reader. Linko ad uso personale la nota di Ernesto Assante, perché alle sue sostanziali riflessioni voglio aggiungere questa: se il giornalista non impara ad essere libero, curioso, attendibile e preciso, se anche ci presentasse le sue notizie su una tavoletta d'oro, chi le leggerebbe?
Il contrappasso lo racconta Giuseppe Civati dal suo blog. In Lombardia c'è una notizia che nessuno vuol raccontare. Non i giornalisti che - ne ho prove dirette - l'hanno proposta alle redazioni, ma i giornali. L'establishment dei giornali ha deciso di non pubblicare neppure un rigo di quella storia che secondo i manuali di giornalismo avrebbe tutti i crismi della notiziabilità. Qualche commentatore ne ha fatto cenno, per la verità. Qualche "pericoloso comunista" al soldo di questo o quell'editore ne ha parlato sul blog. Per il resto, vale la confusione di cui scrive Civati.
Il bello è che la presentazione dell'iPad ha scatenato dibattiti - soprattutto in Rete - sul futuro del giornalismo. Ci si è chiesti come dovrà cambiare l'informazione che passerà per supporti nuovi come quello di Steve Jobs come il Kindle o altri electronic reader. Linko ad uso personale la nota di Ernesto Assante, perché alle sue sostanziali riflessioni voglio aggiungere questa: se il giornalista non impara ad essere libero, curioso, attendibile e preciso, se anche ci presentasse le sue notizie su una tavoletta d'oro, chi le leggerebbe?
giovedì 17 settembre 2009
Liberi dalla stampa

Che imbarazzo. Ero convinta fosse il mio giorno fortunato, sono entrata in una libreria del centro, a Milano, che vende libri nuovi e usati. Cercavo un romanzo appena uscito, ma ero pronta a incontrare una storia di qualche mese fa, appena passata di mano. I libri già letti o non letti da qualcuno e per questo abbandonati mi piacciono: dentro, trovi più vite. Le impronte sulla copertina fanno già storia, i segni tra le pagine di più.
I miei preferiti sono i libri che non puoi ancora definire usati eppure hanno già qualche segno. Sono usciti da poco e sono già passati di moda. Sento che posso leggerli, segnarli con le mie matite, tenere il segno con i biglietti del tram. Sento che, lontano dal martello della pubblicità, delle interviste agli autori, delle critiche, potrei finalmente godermeli.
Ho scavalcato una folla pigolante di studenti che muniti di numero facevano la coda per i libri di scuola. "Sono fortunata", mi sono detta, perché non sono in quei panni e perché quando lo ero, sognavo di essere nei miei, cioè di poter entrare in una libreria a comprare il libro che volevo io, non quello dell'elenco di classe.
La libreria era stravolta, l'ordine degli scaffali modificato in funzione degli acquisti per la scuola. Ho fermato una commessa, mi sono fatta dare prezzi e coordinate. "Ma gli affari migliori, li trova lì, parete Sud - mi dice. Poi abbassando la voce - sono i libri che portano i giornalisti: ne ricevono così tanti che a volte ce li vendono così, non tolgono nemmeno il cellophane. Sono in ottimo stato, ultime uscite. A volte manca la primissima pagina, perché se c'è la dedica la strappano".
Confesso, ho provato imbarazzo. Sono uscita dalla libreria e dai miei panni.
(foto scattata sul lago di Lugano, in primavera)
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