mercoledì 15 maggio 2013

Siamo alla frutta?

Ricevo allettanti proposte da negozi chic di Milano. Tipo questa: vieni a fare compere da noi, il venerdì, ti regaliamo una cassetta di frutta e verdura. Qualcuno regala bouquet di erbe aromatiche, altri aggiungono alla borsa griffata anche lo spaghetto nologo ma molto di nicchia. 
Siamo alla frutta?

martedì 14 maggio 2013

Lutring, una raffica di ricordi

   Diceva "shampata" e ti catapultava in un'atmosfera d'altri tempi. Con la gentilezza che gli è stata riconosciuta fin dai primi colpi, Luciano Lutring parlava di sé, delle rapine che lo hanno reso famoso col distacco di chi le ha fatte, ma prima ancora studiate. Se ne è andato di notte,  tra domenica 12 e lunedì 13 maggio, all'ospedale, dopo una caduta in casa. I suoi 76 anni li dimostrava solo quando arrivava il colpo di tosse, quasi un tuono. Con civetteria ricordava di quando in Francia, voleur gentilhomme, come lo apostrofava France-Soir negli anni Sessanta, lo hanno beccato, crivellato di colpi e spedito all'obitorio per gli studi di anatomia.

  "Vero o no?" era l'intercalare che gli era rimasto da quegli anni. In francese, per il resto, conosceva solo tre espressioni: "Fermi tutti", "Mani in alto" e "Fuori i soldi". Ma in ogni angolo di quel paese, si trattasse di Parigi, Marsiglia o Nizza, sapeva dove comprare le rose da lasciare alle impiegate di banca: piccola consolazione per lo choc. 
   Ex professionista del crimine, con 280 colpi - le shampate -  alle spalle, Lutring ha speso i giorni della sua pensione a dipingere, a scrivere le sue memorie, a seguire le figlie, sempre pronto a offrirti un caffè, nella casa che guarda il lago. Sapeva di non essere un buon esempio. E a quanti lo intervistavano raccomandava sempre di parlare della sua nuova vita, di scrivere "ex rapinatore" davanti al suo nome.  

   Ma aveva buona parlantina, gli piaceva raccontarsi e lo ha fatto con generosità rivelando dettagli e particolari che potevano riaprire conti già chiusi. Ha avuto in sorte due grazie, una francese e una italiana, controcanto, ha sempre detto, al dolore per la perdita dell'unico figlio maschio. E si arrabbiava per i modi di quelli che un tempo avrebbe considerato colleghi. "Di-le-ttanti", scandiva. "Quando lavoravamo noi, calcolavamo tutto". Sopralluoghi a volte di giornate intere per studiare l'impianto elettrico della banca e il tracciato dei cavi telefonici. E continuava a leggere i cambiamenti con occhio attento: l'antifurto nelle auto, le telecamere, il bancomat sorvegliato. A cercare una cifra della rapina all'italiana, lui la trovava proprio lì, nello studio di ogni particolare, nel calcolo della pena fatto prima di cominciare: aggravante uno, tre mesi; aggravante due, cinque e così via. Nulla lasciato al caso. Ogni volta che ne parlava, consigliava di smettere. 

  Con precisione ha falsificato carte d'identità e passaporti, prima, poi ha disegnato cartine per istituti geografici, mentre era dietro le sbarre, infine da uomo libero ha dato sfogo al suo lato d'artista: paesaggi aronesi, vedute di Milano, ritratti. 

  È stato l'uomo della seconda chance, senza mai dimenticare la prima esistenza. "La vita ti riserva sempre un'altra possibilità, devi saperla cogliere". 

mercoledì 20 marzo 2013

Scrivere, parola di Philip Roth

That's what you're looking for as a writer when you're working. You're looking for your own freedom. To lose your inhibition to delve deep into your memory and experiences and life and then to find the prose that will persuade the reader.
Philip Roth

venerdì 15 marzo 2013

Marocco, Pasqua in anticipo

Persa tra le storie di tutti i giorni, avevo dimenticato lo shock della nascita. Così in terra di Islam, una Pasqua anticipata ha riportato sulla strada maestra me e i miei compagni di viaggio, Elena, Giovanni e Michelle. Tra gli ulivi della valle de Lourika una pecora ha partorito il suo cucciolo quasi ai nostri piedi. L'odore delle spezie, i profumi della natura ci avevano distratti. Poi, improvviso un belato, che non capivi se fosse di dolore, di gioia, di richiesta d'aiuto. Le altre foto sono qui.



sabato 2 febbraio 2013

Marocco: ricamare, comunicare

Per vent'anni ho cercato la parola giusta, il senso di una frase, la pregnanza di un verbo. Tutto inutile. La comunicazione passa attraverso il filo del ricamo, senza voce.
A Tissergat, un piccolo villaggio a otto chilometri da Zagora, nel Sud del Marocco, sono stata accolta nella cooperativa di un gruppo di donne che tessono tappeti e ricamano teli tradizionali. L'immensa palmerie che precede il deserto isola queste ragazze dal mondo. Non conoscono altra lingua che la loro, il berbero. E quelle che in tutti questi anni mi sono sforzata di imparare non sono servite a rompere la diffidenza.

Titubanti, sospettose, mi hanno guardata come da queste parti si guardano le facce bianche, i "romain", gli invasori: un bancomat con le gambe. Ho comprato qualche telo, la prima volta; la seconda, ho cercato inutilmente di scattare fotografie. Si sono nascoste. La terza, ho preso il piccolo telaio che una aveva sulle ginocchia e ho completato il lavoro a punto croce con il filo verde. Il mio modo di condurre l'ago, all'americana, è diverso dal loro, più simile al francese. Se ne sono accorte e me ne hanno chiesto conto. Lo scambio mi ha lasciato qualche termine berbero, la base per un passaggio di informazioni di servizio. "Come ti chiami?". "Come si dice?". La scrittura a ricamo ha potuto di più.

Siamo diventate amiche. Il venerdì mi hanno invitata a mangiare il cous cous nelle loro modestissime case, mi hanno presentato i figli e in qualche modo raccontato le loro storie, anche attraverso il ricamo. La più anziana, tre anni meno di me e dodici figli, mi ha chiesto di sederle accanto, davanti al telaio. E navetta dopo navetta, il tappeto che stava tessendo è cresciuto di una decina di centimetri. Il pettine che mi ha insegnato a manovrare ha sistemato l'ordito. La trama l'aveva impostata secondo tradizione.

Il telo che ho ultimato a punto croce, bianco con ricami verdi, è quello che usano per legare i bambini al loro corpo, sulle spalle. Il tappeto a righe che mi hanno fatto tessere è quello che copre il pane ancora caldo, appena tolto dal fuoco. Il nero dei loro manti tiene lontano gli influssi negativi. Ma sopra, i ricami coloratissimi disegnano una croce che orienta il modo di indossarli e in qualche modo significa. Ci sono girandole per dire il senso della vita, croci capaci di indirizzare i cuori e habibi (tesoro, amore) grandi o piccoli, per trovare l'uomo giusto o per avere bambini.

Quando ho lasciato Tissergat, le ragazze della cooperativa mi hanno salutata con affetto. Quattro baci ciascuna, molti inchallah e persino shiukran (grazie) per le ore passate insieme. Ho scattato foto ricordo, perché alla fine la confidenza che si era creata tra noi le ha convinte a posare. Sono foto ordinarie, turistiche quasi, che non rendono la vita, le storie che girano in quel piccolo locale buio, dove quelle donne passano le ore. Loro mi hanno ritratta, ago e filo, su una sciarpa feticcio. Ci sono io, i miei ricami, la mia risata, la mia passione per i pantaloni, pure condivisa.

martedì 8 gennaio 2013

Il viaggio di Alice



Mi ha seguita come solo un gatto sa fare: fedele, ma orgogliosa e indipendente. Non si è mai lasciata distrarre, giocando per tutta la vita, in un'infanzia perenne. Ha viaggiato al mio fianco, libera, accomodata sul cruscotto, senza mai perdermi di vista. Da lei ho imparato che ci si ferma per ascoltare le fusa, che anche russare è un po' fare le fusa. Che ci si guarda così tanto negli occhi fino a baciarsi con i nasi. Che anche da gatti si può pretendere un posto a tavola e uno sul divano. Ha accolto amici felini e umani, con simpatie tanto marcate quanto ingiustificate. Sapeva guardare l'altro lato delle cose: il giardino zen era una lettiera di lusso; il cartone del pandoro una giostra; il vaso dei tulipani la sdraio perfetta. Amava l'acqua, il sud della Francia, il sole, i formaggi, le maglie di cachemire e i croccantini. Preferiva su tutti Mozart. Seguiva i documentari tv sugli animali, ma non ha mai capito che fine facessero i titoli di coda. Li seguiva fino a quando sparivano, rincorrendoli dietro il televisore. Si chiamava Alice perché aveva sul dorso una macchia a forma di A, come quelle che disegnava Duerer. E non ha mai voluto saperne di nomignoli o altri richiami per gatti. Ha sopportato la vecchiaia e i suoi acciacchi con dignità. Poi, stamattina ha deciso di proseguire il viaggio da sola. Così, senza neppure un biglietto per dirmi cosa fare...