giovedì 17 settembre 2009

Liberi dalla stampa


Che imbarazzo. Ero convinta fosse il mio giorno fortunato, sono entrata in una libreria del centro, a Milano, che vende libri nuovi e usati. Cercavo un romanzo appena uscito, ma ero pronta a incontrare una storia di qualche mese fa, appena passata di mano. I libri già letti o non letti da qualcuno e per questo abbandonati mi piacciono: dentro, trovi più vite. Le impronte sulla copertina fanno già storia, i segni tra le pagine di più.
I miei preferiti sono i libri che non puoi ancora definire usati eppure hanno già qualche segno. Sono usciti da poco e sono già passati di moda. Sento che posso leggerli, segnarli con le mie matite, tenere il segno con i biglietti del tram. Sento che, lontano dal martello della pubblicità, delle interviste agli autori, delle critiche, potrei finalmente godermeli.
Ho scavalcato una folla pigolante di studenti che muniti di numero facevano la coda per i libri di scuola. "Sono fortunata", mi sono detta, perché non sono in quei panni e perché quando lo ero, sognavo di essere nei miei, cioè di poter entrare in una libreria a comprare il libro che volevo io, non quello dell'elenco di classe.
La libreria era stravolta, l'ordine degli scaffali modificato in funzione degli acquisti per la scuola. Ho fermato una commessa, mi sono fatta dare prezzi e coordinate. "Ma gli affari migliori, li trova lì, parete Sud - mi dice. Poi abbassando la voce - sono i libri che portano i giornalisti: ne ricevono così tanti che a volte ce li vendono così, non tolgono nemmeno il cellophane. Sono in ottimo stato, ultime uscite. A volte manca la primissima pagina, perché se c'è la dedica la strappano".
Confesso, ho provato imbarazzo. Sono uscita dalla libreria e dai miei panni.

(foto scattata sul lago di Lugano, in primavera)

giovedì 3 settembre 2009

Per Di(n)o

Dino Boffo, il direttore di Avvenire si è dimesso. L'inqualificabile attacco cui è stato sottoposto dal Giornale della famiglia del Cavaliere ha "violentato con volontà dissacratoria la mia vita", scrive Boffo. Le dimissioni sono state accolte dal cardinal Angelo Bagnasco. Hanno vinto lo squadrismo, l'omofobia, il moralismo superstizioso e becero di cui il Giornale si è fatto portavoce.


E' passato il principio che Boffo, che secondo il Giornale (e secondo un documento falso) ha patteggiato una condanna per molestie, non poteva alzare il dito contro il comportamento di Silvio Berlusconi e delle sue escort.

Feltri ha rigirato quel dito contro Boffo, con tutta la violenza possibile, così ha distratto i lettori. Tentava di nascondere la luna?

Il problema è questo: il presidente del Consiglio è sospettato di aver ricompensato le sue pulzelle con candidature a seggi elettorali. Non ha mai voluto chiarire la vicenda. Non risponde alle domande dei giornalisti che chiama "domandatori"; non risponde al Parlamento; non risponde che a se stesso.

Sotto le lenzuola ciascuno è libero di fare le capriole che vuole. A meno che non sia un uomo pubblico, ricattato proprio per quelle capriole.

domenica 30 agosto 2009

Lavorare sbanca

Si può anche vincere un posto di lavoro al supermercato. Per i suoi 30 anni una catena di grande distribuzione che ha sede a Varese, Legaland, mette in palio 10 posti di lavoro. Può vincerli chi fa almeno 30 euro di spesa (solo così si può compilare il coupon della fortuna), abbia compiuto 18 anni e sia residente in Italia. "Un modo originale e attento al territorio per festeggiare i primi trent'anni di attività", riportano le cronache cittadine del 29 agosto.

Nel Paese che confonde merito con meritocrazia, che blatera a vanvera sulla crisi, nemmeno un accenno alla professionalità. Importa a qualcuno sapere cosa sai fare e come lo fai? Un lavoro si vince o si gratta ("grattare" a Varese significa rubare). Sono 700 mila i tagliandi che saranno distribuiti fino al 30 settembre. Non è marketing, è proprio cultura, specchio di un mondo che sa pensare solo ai danèe.

mercoledì 26 agosto 2009

Senza Canottiera (veramente accaduto in Calabria)


Parcheggi l'utilitaria nella viuzza stretta di un paesino che ai nomi di personaggi della storia preferisce quello di mitili. Ma se via delle vongole non è completamente sgombra, il suv del vicino non passa. E così, appoggiati i bagagli, la crema solare ancora da spalmare, ti ritrovi a rispondere al citofono. E' l'Uomo in Canottiera che sbraita e aggredisce te, l'auto, il Nord d'Italia che arriva "a smaledire le strade nostre". Che se non fai subito, "poi l'auto si può rovinare e io nun n'di voddju sapire nente". (trad. "Non ne voglio saper niente").

Non è che non esistano le strade, nel paese dei mitili. Cozzaville è abusivo, attaccato come una patella sullo scoglio dove i greci hanno sacrificato a Hera; ci sono più case che abitanti. Le vie sono passaggi tra un portone e l'altro, tanto che oltre ai mitili hanno scomodato invertebrati, mammiferi, vegetali, purché marini. In via delle vongole le auto non sono in terza o quarta fila solo perché non ci sono le file. Un groviglio di lamiere blocca l'ingresso del garage, la strada, l'unico comodo passaggio verso la spiaggia. Bloccano anche l'ambulanza, una domenica mattina.

Il mare è tutto, nel paese dei mitili. Persino le fognature che sono in maggior parte improvvisate, si colorano sulla cartina solo quando si rompono e oplà, riversano oltre la spiaggia i liquami. E' il mare che dà senso a Cozzaville.

Il turismo è un prurito che colpisce una volta l'anno. Dura poco, è fastidioso. L'acqua dei rubinetti, fino a qualche anno fa, d'improvviso tra luglio e agosto svaporava. Il maniglione dell'acquedotto, tutti gli anni a settembre si scopriva chiuso. Ma un Uomo in Canottiera, provvidenziale, aveva intanto distribuito ettolitri di freschezza da un'autobotte. Prezzi da concordare, come al suk, anche se in regime di monopolio la trattativa era semplice e breve.

"Un'auto non si può rovinare da sola", dico, tanto per dire una cosa di senso. Non sarà mica una minaccia? L'Uomo in Canottiera è più basso di me, molto più grasso e anziano. Incute timore, si esprime in dialetto, fa intendere anche quel che non dice.

"Devi lavorare sul tema dell'autorità", mi consiglia un'amica-guru.

Sorrido e cerco un riparo per l'auto che - a pagare tutte le rate - sarà di famiglia nel 2011.

C'è un Uomo in Canottiera che dirige un camping con parcheggio. Presentata dalla nipote, mia vicina d'ombrellone, ottengo udienza. Non è da tutti farsi ricevere nel campeggio che rifiutò di ospitare una coppia con canadese. "Chissu è nu campeggiu seriu". (trad. "Questo è un campeggio serio")

"Pi vui fazzu n'eccezzjone. V'avissa fari pagari n'ottina d'euro u jornu, facimu sei" (Trad. "Per voi faccio eccezione. Dovrei farvi pagare 8 euro al giorno, ve ne chiedo 6"). E' fatta: un ripiego costoso per chi ha un garage, ma pazienza. Gli orari sono quelli del camping, dalle 8 a mezzanotte. Poi capita che torni alle 23 e 30 da una cena con amici e trovi il cancello chiuso: pazienza. Succede anche che devi prendere la macchina alle 8, ma è vietato: "Ca dorma u picciuliddu" (trad. "Perché dorme il bambino", nipotino dell'Uomo in Canottiera che dirige il campeggio). Pazienza? Ma allora perché pago? Sì, lo so: per l'Uomo in Canottiera, il primo che ho incontrato a Cozzaville.

Nel paese delle vongole un favore è un ex diritto che diventa concessione. E le vongole che fanno? Ringraziano.

giovedì 16 luglio 2009

Nell'inferno dei vegetariani


Se dici che sei vegetariano la vita più sembrare più semplice. Il mondo davanti a te diventa più chiaro; l’umanità sembra entrare tutta in cassetti preordinati: quelli che tentano di convertirti, quelli che ti ammirano, quelli che imbrogliando nascondono cotiche tra innocenti fagioli, quelli che “ma nemmeno il prosciutto?”. E’ solo la prima illusione, il gioco di un tetris che piano piano si disfa davanti a certezze granitiche come il ragù, cotolette-totem e pesci venerati come divinità pagane.

In questi 15 anni di vegetarianesimo convinto (nor fish, nor meat, che detto in italiano suona come un insulto) le cose sono molto cambiate, la soglia del paradiso resta lontana. La maggior parte dei bar continua a servire panini mozzarella e pomodoro come unica scelta, l’insalata è il piatto più caldeggiato dai ristoranti, lo strutto anche a Milano è sempre in agguato. E se sui treni trovi qualche anima gentile che si offre di togliere i gamberetti dal tramezzino, sugli aerei, o prenoti il menù, o muori di fame. L’altro veggie sul volo è incattivito da anni di guerra all’ultimo boccone e non cede nemmeno il tovagliolo.

Messe così le cose, è facile associare la scelta a un certo francescanesimo: privazioni, rinunce, tristezza e in ultima analisi, fame. Non si dimagrisce, questa è la differenza. Perché alla fine, in Italia, se sei vegetariano, ti ammazzi di carboidrati. Pane, pasta, pizza e dolci (nella foto, la panna cotta di Enzo Neri) sono un rifugio sicuro, anche psicologicamente. Un sedativo per placare la fame. Se ci metti anche il cioccolato puoi raggiungere lo sballo da auto-endorfine.

Impari a distinguere le regioni amiche da quelle ostili. In Liguria c’è cultura vegetariana fin nelle radici del basilico che serve per il pesto. Ti illudi che la luna di miele possa continuare anche in Toscana e scopri che dopo le pietre di Luni sei uno zombie: bistecche ovunque, proteine animali anche nel gelato. Grondano sangue l’Umbria, le Marche, il Lazio. Poi, verso sud, ti aiutano i formaggi, se li mangi, e le tradizioni contadine, in parte, ma ti devi augurare che i contadini siano stati molto, molto poveri e gli invasori non abbiano lasciato un gran segno.

In Sicilia, in cima a un cous-cous che sembrava l’Etna fumante può capitare di trovare un occhio di bue, non l’uovo, proprio il bulbo oculare. Certo, devi essere l’ospite d’onore, ma può capitare. Ultimamente le cose sono cambiate. La vita dei vegetariani è diventata un po’ meno avventurosa, ma non ancora sedentaria. Non puoi distrarti. La lettura della lista degli ingredienti è pratica obbligata. Non è questione di essere talebani del cibo, solo di rispetto per una scelta che non dovrebbe condizionare gli altri. Invece capita ancora di essere un fastidio aggiuntivo per le amiche che ti invitano al matrimonio e poi devono pensare al menù a parte per te. Nel resto del mondo, se ne occupa lo chef, non la sposa. Pochissimi i ristoranti vegetariani, concentrati per lo più nelle grandi città o su cucuzzoli irraggiungibili. Qualche insegna del buon gusto ha aperto finestre veggie, ma non fidatevi: c’è ancora chi vi lancia l’insalata sul piatto con lo sguardo che dice “Toh, bruca, vecchia capra”

giovedì 19 febbraio 2009

Che senso ha un blog?


Non scrivo diari da quando, avevo 11 anni, affidai la copertina del primo libro privato a mio padre. Avevo il senso dell'editing e dell'autorità. Disegnò per me un'oca, un'oca stilizzata e piuttosto brutta. Con questa didascalia: "Mai così nella vita, papà". 
Aveva il senso dell'umorismo. Me ne sono vergognata: ho chiuso il diario con un lucchetto e nascosto la chiave. 
A molti anni di distanza ci riprovo, da sola. Dire, condividere, ridere, ascoltare. Nell'era di internet, quando i lucchetti, che non proteggono le biciclette dai ladri, pretendiamo che significhino amore.