La cosa che sorprende di più è che di questa storia al Corriere, molti colleghi, tutti quelli interpellati da me, almeno, non sapevano nulla. Li ho informati con la mia telefonata; cercavo di saperne di più, perché non conosco personalmente Paola Caruso e mi dispiace. Scrive molto, ho letto i suoi pezzi (per chi volesse farlo c'è l'archivio on line del Corriere che li registra tutti), ma non ci siamo mai incrociate.
Adesso che Paola fa lo sciopero della fame, per protestare contro il suo precariato eterno in via Solferino, ci sono anche colleghi, precari quanto lei, che si lanciano in sofismi: "Che sia precaria contrattualizzata o precaria freelance, questo è il dilemma".
La storia di Paola è ordinaria, ricorre con frequenza nei cento nomi che leggiamo in calce agli articoli su tutti i giornali. È il coraggio di Paola che è straordinario: una, sola, contro tutti, per fare quello che ogni giornalista dovrebbe fare, vedere il torto e dire che esiste.
Qui c'è la storia di una professionista che si è messa alla prova, in sette anni si è fatta conoscere e stimare (o vogliamo pensare che al Corriere sono così disperati da pubblicare tutti quegli articoli anche se non vanno bene?), ma quando si presenta un'opportunità, un contratto vero, le preferiscono un altro collega, più giovane, meno esperto.
Gira voce che il direttore del Corriere punti sui giovani. Ma è una scusa. Sono certa che in via Solferino, chiunque salga le scale che portano alla direzione, solo guardando le fotografie di chi lo ha preceduto, la storia che gli si para davanti, nell'evidenza di quegli scatti d'autore, non può preferire la regola del "Largo ai giovani", a quella del "Largo a chi è capace".
Gli altri giornali non credo che parleranno di questa storia, perché cane non mangia cane. E perché di Paole è praticamente fatta la gran parte del giornalismo italiano. Se ne parla molto qui, nel web, dove persino io che pure collaboro al Corriere ho saputo della storia. Neanche i rappresentanti sindacali ne sapevano nulla. I colleghi da me interpellati sono andati a informarli, mi hanno detto. Ora lo sanno.
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domenica 14 novembre 2010
martedì 13 aprile 2010
Il Pulitzer de noantri
- Memorizzare questo nome: ProPublica.org, primo sito che vince il Pulitzer. Sotto la testata si legge "Journalism in the public interest" e cioè giornalismo per il pubblico interesse. Che è (dovrebbe essere) poi la missione di ogni giornalismo.
- Da noi non ci sono siti come ProPublica, non ancora almeno. C'è qualche progetto interessante, qualche amo lanciato dallo stagno Rai verso il mare aperto e qualche tenero virgulto che chissà, magari diventa una pianta rigogliosa. Internet è ancora poco considerato: chi ha mezzi, non lo sa usare; chi lo sa usare, non ha mezzi.
- Da noi il freelance, il giornalista libero professionista come Sheri Fink che ha vinto il Pulitzer, è considerato un sottoprodotto giornalistico. Il darwinismo redazionale ha selezionato il contrattista-a-sfinimento come primo anello della catena evoluzionistica. Sempre più spesso l'evoluzione non c'è. Ma se non c'è una redazione di riferimento, si fatica a considerare un giornalista come professionista.
- Da noi è il creazionismo di redazione quello che ha più forza. Nasci giornalista se qualcuno - meglio un genitore - ti crea tale. Può aiutarti anche un partner, meglio se irregolare o una qualsiasi relazione di parentela o affiliazione con altro giornalista o, ancora meglio, con editore.
Vale lo jus sanguinis, insomma, come per la cittadinanza. E non esiste ascensore sociale che possa farti salire anche di un ammezzato.
- Il giornalismo in Italia è un mestiere che si fa per cooptazione. E' raro che un professionista sia scelto sulla base di quel che ha fatto; a volte è scelto per quel che non farà mai (tipo: tradire il suo superiore o nello slang di redazione: lasciare la squadra), a volte per quel che farà di sicuro (assicurare un canale preferenziale alla voce che lo sponsorizza).
- Ci sono giornali in Italia dove il nepotismo è così radicato, così sfacciato da far arrossire un papa Borgia o Farnese.
- Da noi non ci sono editori puri, cioè editori che siano quello e basta (se ne contano un paio: eccezioni a conferma della regola). Di solito gli editori hanno anche altri interessi che confliggono prima o poi con il giornalismo
- Da noi si distingue il giornalismo d'inchiesta come giornalismo-a-parte: se ne deduce che gli altri possono essere giornalismi marchettari, più accondiscendenti. Giornalismo d'inchiostro?
- Da noi, su 60 milioni di italiani, sono meno di sei milioni quelli che leggono, contando tutto, da Topolino alla Gazzetta dello Sport, alla Settimana enigmistica. Ma sono dati vecchi, la situazione è peggiorata solo che manca il quadro generale dall'ultimo censimento.
- Fu un sito a rivelare il caso Lewinsky, nel 1998. L'allora presidente Usa Bill Clinton rischiò l'impeachment. Fu comunque travolto dallo scandalo e pagò un prezzo politico molto alto. Da noi alcune intercettazioni telefoniche hanno rivelato molto di più. Al centro di numerosi scandali sono finiti, per casi diversi, un presidente del Consiglio, alcuni ministri, funzionari pubblici, banchieri, governatori della Banca d'Italia. Ora le intercettazioni rischiano di diventare fuori legge.
Considerazioni sparse
- Da noi non c'è il premio Pulitzer. Ci sono molte tristi imitazioni, quasi sempre con lo sponsor in bella evidenza.- Da noi non ci sono siti come ProPublica, non ancora almeno. C'è qualche progetto interessante, qualche amo lanciato dallo stagno Rai verso il mare aperto e qualche tenero virgulto che chissà, magari diventa una pianta rigogliosa. Internet è ancora poco considerato: chi ha mezzi, non lo sa usare; chi lo sa usare, non ha mezzi.
- Da noi il freelance, il giornalista libero professionista come Sheri Fink che ha vinto il Pulitzer, è considerato un sottoprodotto giornalistico. Il darwinismo redazionale ha selezionato il contrattista-a-sfinimento come primo anello della catena evoluzionistica. Sempre più spesso l'evoluzione non c'è. Ma se non c'è una redazione di riferimento, si fatica a considerare un giornalista come professionista.
- Da noi è il creazionismo di redazione quello che ha più forza. Nasci giornalista se qualcuno - meglio un genitore - ti crea tale. Può aiutarti anche un partner, meglio se irregolare o una qualsiasi relazione di parentela o affiliazione con altro giornalista o, ancora meglio, con editore.
Vale lo jus sanguinis, insomma, come per la cittadinanza. E non esiste ascensore sociale che possa farti salire anche di un ammezzato.
- Il giornalismo in Italia è un mestiere che si fa per cooptazione. E' raro che un professionista sia scelto sulla base di quel che ha fatto; a volte è scelto per quel che non farà mai (tipo: tradire il suo superiore o nello slang di redazione: lasciare la squadra), a volte per quel che farà di sicuro (assicurare un canale preferenziale alla voce che lo sponsorizza).
- Ci sono giornali in Italia dove il nepotismo è così radicato, così sfacciato da far arrossire un papa Borgia o Farnese.
- Da noi non ci sono editori puri, cioè editori che siano quello e basta (se ne contano un paio: eccezioni a conferma della regola). Di solito gli editori hanno anche altri interessi che confliggono prima o poi con il giornalismo
- Da noi si distingue il giornalismo d'inchiesta come giornalismo-a-parte: se ne deduce che gli altri possono essere giornalismi marchettari, più accondiscendenti. Giornalismo d'inchiostro?
- Da noi, su 60 milioni di italiani, sono meno di sei milioni quelli che leggono, contando tutto, da Topolino alla Gazzetta dello Sport, alla Settimana enigmistica. Ma sono dati vecchi, la situazione è peggiorata solo che manca il quadro generale dall'ultimo censimento.
- Fu un sito a rivelare il caso Lewinsky, nel 1998. L'allora presidente Usa Bill Clinton rischiò l'impeachment. Fu comunque travolto dallo scandalo e pagò un prezzo politico molto alto. Da noi alcune intercettazioni telefoniche hanno rivelato molto di più. Al centro di numerosi scandali sono finiti, per casi diversi, un presidente del Consiglio, alcuni ministri, funzionari pubblici, banchieri, governatori della Banca d'Italia. Ora le intercettazioni rischiano di diventare fuori legge.
Conclusione
E' questione di cultura: da noi il Pulitzer possiamo scordarcelo
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